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Rossese di Dolceacqua. I suoi cittadini sono il vero segreto.

Rossese di Dolceacqua la sua anima nasce da l’amore di chi lo produce..

Ogni anno verso questo periodo, coltivatori e normali cittadini dello splendido borgo di Dolceacqua caratteristico e turistico paesello dell’estremo ponente ligure al confine con la Francia, sono orgogliosamente impegnati alla raccolta delle uve, per produrre un vino pregiato come è il Rossese di Dolceacqua.

Sono numerosi i vigneti nelle alture, per par condicio non vi sveliamo quale rende meglio o ha qualità superiore.. ma vi assicuriamo che con tutto l’amore che ci mette questa gente, ognuno di loro opta per raggiungere il top.

Come si legge nel sito ufficiale vi copiamo incolliamo questo testo dove ne spiega alcuni dettagli:
STORIA

Alcuni ritengono che l’introduzione della vite in Liguria sia avvenuta per opera degli antichi Greci; altri sostengono che gli Etruschi iniziarono per primi a coltivare la vite nella parte occidentale della regione.

Probabilmente hanno ragione entrambi, anche se le colture ad alberello, ancora presenti, testimoniano la traccia significativa lasciata dai coloni ellenici.
Altre notizie risalgono ai secoli a cavallo tra fine Medioevo e inizi dell’Età Moderna. Lo stesso Andrea Doria elesse il Rossese di Dolceacqua quale vino festivo della sua flotta; anche Napoleone Buona parte ebbe il piacere di conoscerlo, ospite della Marchesa Doria alla fine del Settecento. Lo apprezzò al punto di inviarne qualche botte a Parigi, mentre molte altre lo confortarono nel corso della campagna italiana in quanto gli garantivano, come egli stesso diceva, riposo e distensione.

IL VITIGNO
Il Rossese di Dolceacqua è spesso allevato “ad alberello”, come vuole la tradizione mediterranea, così che la chioma della pianta d’estate ombreggi il piede e, quindi la radice, proteggendoli dai raggi del sole delle ore più calde.
Le viti sono coltivate in zone impervie, dove tutte le operazioni indispensabili al mantenimento del vitigno sono obbligatoriamente manuali. Ciò ha comportato spesso il rischio di abbandono di zone del vigneto che richiedevano la sostituzione di piante arrivate ormai alla fine del ciclo produttivo.

Basterà dire che in un convegno tenutosi a Dolceacqua nel 1988 fu evidenziato che a fronte della resa massima consentita, come da
disciplinare, di 8814 quintali di uva, la vendemmia precedente era stata di 3300 quintali, ed oggi il quadro non è cambiato di molto.

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La zona produttiva è costituita da 14 comuni, o frazioni di comuni, distribuiti lungo la Val Nervia e la Vallecrosia. Si tratta di un
territorio pedemontano che va dai 300 ai 600 m. s.l.m.

L’uva impiegata, il ROSSESE, deve essere per almeno il 95% e può essere completata da altre locali cultivar rosse non aromatiche presenti nei vigneti (massimo 5%). La resa massima per ettaro è pari a 90 quintali; in realtà le rese sono più contenute anche perché le viti sono spesso vecchie e quindi meno produttive di quelle giovani.

Il Rossese di Dolceacqua è dotato di foglia grande provvista di cinque lobi; il grappolo ha grandezza media a forma troncoconica, alato e mediamente compatto; l’acino è rotondo ed ha colore violaceo scuro, leggermente ceroso.
Con le stesse uve è prodotto un altro vino Rossese, quello della Riviera Ligure di Ponente.

IL VINO

Per quanto attualmente ne esistano delle versioni deboli, di colore pallido e breve durata, è per antonomasia un rosso generoso anche se non austero, dal bouquet persistente, con buona capacità di invecchiare.
La D.O.C. è meritatissima, sia dal punto di vista della lunga tradizione, sia da quello dell’autenticità del vitigno e della zona di coltivazione, principalmente i bacini dei torrenti Nervia e Crosia, sui pendii favorevolmente esposti, fino ad un’altitudine massima di 600 m.
Le caratteristiche di questo vino, uno dei più apprezzati tra vini liguri, si possono così riassumere:
– ha un colore rosso rubino tendente al granato con l’invecchiamento;
– odore vinoso intenso ma delicato, persistente con sentori di rosa, di viola e di ribes, in alcune produzioni di fragola;
– sapore morbido, caldo, spesso vellutato, più o meno aromatico, con piacevole lieve vena amarognola, dovuta ai tannini, ricco di stoffa e di corpo;
– gradazione alcolica minima 12° (13° per il tipo superiore);
– acidità minima 4,5‰
– estratto secco minimo 23‰
Il tipo superiore deve affinarsi almeno fino al 1° Novembre dell’anno
successivo a quello della vendemmia.
L’età ottimale è fra i quattro e gli otto anni d’invecchiamento.

E’ adatto ad accompagnare piatti di carne in genere e il coniglio in casseruola in particolare.

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evidenziatoredelweb

Sono un blogger e non un giornalista...!! BLOGGER, altruista, gentile estroverso e contro ogni forma di male verso i deboli. amo la natura, gli animali e sono contro il nucleare... dimenticavo.."mi piacciono le belle donne" sono sincero perlomeno..

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